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9 OTTOBRE 1963 - 22.39 PER NON DIMENTICARE

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Le Memorie | MICAELA

MICAELA COLETTI

La prima cosa che mi chiedono le persone quando sanno che sono una superstite del Vajont e che quella sera ero a casa è "Cosa hai sentito, cosa hai provato? Come ti sei salvata?" Quello che e' successo l'ho scritto in un racconto, racconto reale, vissuto in prima persona, con tutte le conseguenze fisiche, psicologiche e morali che questo comporta.


"C'era una strana aria, in quei primi giorni di ottobre, a Longarone. Si sentivano strani discorsi. La gente bisbigliava continuamente, ma non capivamo bene di cosa, almeno noi bambini. ricordo un discorso sentito così, di sera tra mamma e papà, un discorso fatto quando noi bambini, eravamo in cinque, non eravamo presenti. Ricordo quella sera che la mamma diceva al papà: "Non sarebbe meglio mandare i bambini a Belluno?"


Mi sono fermata ad origliare. Perché la mamma voleva mandarci via? Cosa avevamo fatto?
La voce di papà rispose: "Cosa vuoi che importi? Se cade la diga, parte anche Belluno! Se dobbiamo morire, meglio farlo tutti assieme!!"
Era un discorso troppo duro e forte, almeno per me. Incomprensibile! Guardavo la diga e pensavo: "Come può farci del male, farci morire?"
Ogni mattina, quando mi alzavo, aprivo la finestra e lei era lì, sempre incuneata tra le montagne, bella di una bellezza fredda e tranquilla. Come poteva, quel muro grigio che tutti venivano a vedere, portare morte? come poteva essere cattiva, se arrivavano corriere piene di persone anche straniere, soltanto per guardarla? Per una dodicenne come me era incomprensibile! C'erano stati dei piccoli terremoti, ma non poteva essere colpa della diga!!
Qualcosa però era diverso. Era proprio l'aria ad esserlo; c'era una tensione in tutte le persone, una paura, quasi, di guardarsi; un sussurrare quasi continuo, una paura nuova negli occhi! Papà faceva i turni alla diga, faceva dalle 14 alle 20. Alle 20 noi piccoli dovevamo andare a dormire; ho sentito arrivare papà con la macchina, aprire la porta della cucina e parlare con la nonna. Mia sorella più grande stava ad ascoltare la radio con loro. Dopo un po' ho sentito delle voci, qualcuno parlare in maniera concitata, sedie che si spostano. Poi il rumore della macchina di papà che va via. Dopo pochi minuti, mi stavo riaddormentando.


Nel dormiveglia ho sentito un tuono. La voce di mia nonna che diceva a mia sorella che stava andando a dormire: "Chiudi le imposte che sta arrivando un temporale! Nello stesso istante, una folata di vento che arriva da lontano e fa sbattere le imposte, poi … un rumore sordo, fondo, la sensazione che il letto prendesse velocità, una forza spaventosa che mi prendeva alla schiena, mi piegava in due, mi schiacciava; la sensazione di essere di gomma, di allargarmi e poi restringermi, gli occhi diventati due stelle; una pressione enorme che mi tirava per i capelli, che mi risucchiava in un pozzo senza fine; mi inchiodava le braccia al corpo senza possibilità di muovermi; un gran male alla schiena giù in fondo; l'impossibilita' di respirare … !
Questa forza che mi teneva legata non so a cosa mi ha fatto arrabbiare! Ricordo di aver pensato: "No! non voglio lasciarmi andare!", anche se sembrava la sola cosa da fare. Ho, con tanta fatica, alzato un braccio, mi sono toccata la faccia cercando gli occhi, il naso, la bocca; mi sembrava di essere diventata sottile, schiacciata, senza spessore; ho alzato le braccia sopra la testa … cercavo qualcosa da toccare … e poi … il nero. Nero totale.
Non so quanto tempo dopo ho cominciato a sentirmi più leggera; non c'era più quel peso che mi schiacciava; ho sentito mani che mi tiravano, mi prendevano per una mano e un piede … finalmente aria! Ero libera!!


Una voce diceva: "E' un'altra vecchia!" Al che mi sono arrabbiata e ho detto, o forse ho solo pensato; "Ho dodici anni!"
Altro buio … ricordo qualcuno che mi ha caricato in spalla (quella di Ado De Col, unico sopravvissuto dei Vigili del Fuoco); guardavo e vedevo solo sassi; enormi, bianchi; nessun rumore se non il respiro pesante e affannoso di chi mi stava portando in spalla; il vento … vento che soffiava gelido e con intensità.


In alto, solo la luna, grande, enorme, rotonda; sembrava prendesse tutto il mondo con la sua facciona rotonda e gialla. Non c'era altro che lei, la luna ed il mio terribile male alla schiena.


Dicevo: "Lasciami camminare, mettimi giù!"
Ado che ripeteva: "No!". Altro buio.


Ado che ferma una macchina con quattro persone, mi sembravano due uomini seduti davanti e dietro due donne.
Quello che guidava e' sceso, ha messo una sirena da qualche parte. Le due donne si sono strette e mi hanno fatto stendere sul sedile posteriore.
Urlavo dal dolore, non riuscivo a stendermi. Altro buio; sentivo solo qualcuno che gridava. Forse ero io.
Ricordo un soffitto, una luce tenue; non ero più in una macchina, qualcuno mi aveva messo in una lettiga; ricordo una persona che mi guardava, ricordo solo gli occhi.


Qualcuno spingeva velocemente la lettiga, poi … più niente fino alla visita della principessa Titti di Savoia.
Sono venuta a sapere soltanto poco tempo fa che mia sorella, quella che e' morta e che non so dove sia stata sepolta, era nel letto vicino al mio, anche se a separarci c'era una mezza parete.


Non ho ricordi dei due mesi passati all'ospedale di Pieve di Cadore.


Non so assolutamente niente di quello che e' successo in quel periodo, anche perché tutto quello che riguarda le cartelle cliniche e la storia medica non solo mia, ma, presumo, di tutti i superstiti ricoverati lassù, non esiste più, dato che i documenti riguardanti il nostro ricovero e quant'altro sono spariti, distrutti! A quel tempo, l'ospedale era privato; diventando poi statale, l'incaricato dell'archivio ha ritenuto non importante per nessuno la nostra posizione medico - ospedaliera. Questo e' l'inizio del mio personale Vajont.

 

2017  Comitato Sopravvissuti del Vajont - Longarone  -  graphic by LABC di Romano d´Ezzelino