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9 OTTOBRE 1963 - 22.39 PER NON DIMENTICARE

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A Longarone da Cadogne'

Giovedì 24 aprile è stata offerta ,a noi ragazzi di 3^media, da parte degli alpini, l’opportunità di far visitare la città di Longarone. Le comunità di questo paese in provincia di Belluno sono state sconvolte dalla costruzione della diga del Vajont che determinò la frana del monte Toc ne lago artificiale creatosi.

 

La sera del 9 ottobre 1963 si innalzò un’ immensa ondata che provocò una vera e propria strage a Longarone.

Dunque, con un nodo alla gola per la tristezza, ma con molta curiosità ci siamo lanciati in questa esperienza.

Alle otto di mattina di quel giorno eravamo tutti seduti all’ interno di un pullman giallo, carichi, con l’adrenalina a mille e con una grande voglia di visitare un luogo che è stato devastato dall’ acqua.

Durante il tragitto abbiamo cercato di immortalare i bei momenti della nostra ultima gita insieme con molte foto per ricordare sempre il bellissimo viaggio verso Longarone.

Arrivati a destinazione, i gentilissimi alpini ci hanno offerto un’ abbondante colazione per poi condurci al cimitero di Fortogna dove giacciono centinaia di anime accompagnate lì dal loro triste ed ingiusto destino.

Dopodiché siamo entrati nella Chiesa del cimitero e abbiamo potuto conoscere la storie di Micaela e Gino, due dei pochi sopravvissuti alla disgrazia: Longarone è stata spazzata via dall’ acqua e tutti i reduci nutrono una rabbia dentro, perché  tutti sapevano come si sarebbe conclusa la storia del Vajont, ma nessuno è riuscito a fermare l’innalzamento di quella struttura.

Sono stati 3 fondamentali errori a portare alla strage: l’aver costruito la diga nel posto sbagliato (in una valle con il rischio di frane), l’aver superato il limite di sicurezza di riempimento d’acqua e non aver lanciato l’allarme di evacuazione del paese.

Tutti questi errori sono stati pagati da 1910 vittime, di cui solo 700 hanno nome e cognome.

Dopo averci illustrato la situazione, con Micaela e Gino, ci siamo avviati vicino alla diga, nel punto esatto della frana. 270 milioni di metri cubi sono piombati in acqua. Anche qui le nostre guide ci hanno spiegato le conseguenze dell’ accaduto: con fatica riescono a bere dell’ acqua, quando c’è un temporale tengono sempre sotto controllo la situazione e si addormentano tardi… sono tutti effetti indelebili di un ricordo che il corpo non cancella e percepisce giorno per giorno.

Da qui siamo partiti e abbiamo fatto una brave vista ad Erto per poi tornare alla sede degli alpini per mangiare il pranzo offerto (anche questo) dagli uomini dalla penna nera sul cappello. Finita la pasta al ragù, la bistecca e la colomba sono iniziati i ringraziamenti dove giustamente anche noi abbiamo potuto fare un breve discorso per dimostrare l’apprezzamento a tutto ciò che questi volontari fanno per aiutare il prossimo.

Conclusi i discorsi abbiamo visitato a piedi la ‘’vecchia’’ e la ‘’nuova’’ Longarone.

Passeggiando per le vecchie vie sentivo sempre la presenza di una imponente struttura sopra di me, come se ci fosse stato qualcosa di sospeso sopra la mia testa; era una situazione non proprio piacevole, a volte guardavo verso l’alto per capire se mi stesse per cadere qualcosa addosso, ma sicuramente questo piccolo disagio non ha reso la gita meno interessante!

Per concludere la giornata in allegra ci siamo gustati un buon gelato, così a stomaco pieno ci siamo avviati verso casa.

Alle 18.30 eravamo tornati a scuola con la consapevolezza che quella gita probabilmente sarebbe stata la più bella, istruttiva e vicina alla nostra realtà di tutta la nostra vita.

 



 


TEMI

Gent.ma Sig. Micaela Coletti,

mi chiamo Tonon Valentina e sono una studentessa della 3^B dell'Istituto Comprensivo Statale di Codognè scuola secondaria di primo grado.
Il giorno 24/04/2014 sono venuta a visitare la diga del Vajont insieme alla mia classe, accompagnata dall' ASSOCIAZIONE ALPINI DI CODOGNE'.
Sono rimasta colpita dalla sua testimonianza e mi sono immedesimata in una delle sopravissute di questa tragedia per svolgere il tema assegnatomi dalla mia insegnante italiano Zambon Emanuela. La professoressa leggendo il mio compito ha deciso di premiare il mio lavoro permettendomi di inviarLe una e-mail allegandoLe il mio racconto.
Rimanendo in attesa di una sua risposta, la ringrazio anticipatamente e Le porgo cordiali saluti

Tonon Valentina


Passeggiando tra le tombe di Fortogna, io Emilia Saltin, una donna di 62 anni, una delle poche sopravvissute, ero lì con il cuore in gola,con le lacrime amare, con il dolore per la strage del Vajont.Come posso dimenticarmi quel disastroso giorno, il 9 ottobre 1963 da quando la mia vita non fu più come prima.

Quel giorno ero a casa mia, con la mia amica Chiara, mio papà stava lavorando alla centrale e mia mamma lo aiutava e mia sorella era uscita per recarsi a casa di un suo amico.

Ormai tutti a Longarone sapevano che un pezzo del monte Toc sarebbe caduto, e che la diga non si doveva costruire in questo territorio perché la natura aveva già dato dei segni con scosse frequenti ; ma l’ ingegnere e gli architetti non diedero ascolto alle parole del popolo e quindi...

La sera del 9 ottobre 1963 alle 22.39 si staccò un pezzo del monte Toc e si alzò un’ ondata enorme di acqua e fango che seminò ovunque la morte e la desolazione del paese .

Solo pochi di noi si salvarono da questa strage.

Della mia famiglia solo io mi sono salvata grazie ad un porticato basso e di cemento, dal quale l’ acqua non è riuscita a passarci all’interno.

I corpi di mia sorella e di Chiara non gli ho più visti, in un secondo sono stati spazzati via ed ho solo sentito i loro lamenti di morte.

Il cadavere di mio padre fu ritrovato non per averlo riconosciuto ma solo perché in una tasca portava la sua carta d’ identità.

Mentre il corpo di mia madre non si ritrovò più, ma di lei, mi è rimasto ancora nel cuore il suo piccolo cofanetto ritrovato per caso il giorno dopo tra le macerie.

La mia famiglia insieme alle altre 2000 persone sono state “sepolte” cimitero di Fortogna perché serviva un territorio asciutto per gettare i cadaveri putrefatti.

La maggior parte delle persone sotto la lapide non ha il corpo, ma c’è solo il segno che quella persona è esistita.

La stima più attendibile ancora oggi è di 1910 vittime e solo 729 furono le vittime riconosciute tra cui 20 donne – madri.

Il 10 ottobre del 1963 rovistando tra le macerie e non trovando più la mia casa, ho provato un vuoto dentro di me di aver perso tutto la mia famiglia, le cose più belle, la voglia di vivere...

L’ unico ricordo è stato il cofanetto della mamma che ho riconosciuto dalla sua forma.

Ancora oggi quando vengo a trovare la mia famiglia, i miei amici, penso che sotto alla tomba di mia mamma, mia sorella e di Chiara non c’è il corpo, non ci sono le ossa , ma mi viene solo in mente il dolore,la paura, l’ angoscia, la tragedia, la morte, e la disgrazia di quel 9 ottobre 1963, la fine di un paese.

Studente
Tonon Valentina 3B
31013 Codognè (TV)


Buongiorno sig. Micaela Coletti, con la mia classe il 24-4 ho visitato la diga del Vajont.
Lei e il signor Mazzarana con gentilezza e cuore ci avete guidato in quella fantastica giornata. Nei giorni seguenti io e la mia classe abbiamo lavorato su un tema riguardante il VAJONT.
La proff.ssa Zambon Emanuela ha scelto il mio lavoro e quello di altre tre compagne come “migliori” la ringrazio ancora.

Leonardo Saccon classe 3^B Codognè

Passeggiando tra le tombe di Fortogna

Io, Federico De Carli, dopo molti anni ho deciso di far visita al cimitero di Fortogna.
Lo frequento solo nel 2014 per la prima volta perchè in precedenza non ne avevo il coraggio.


Mi era stato comunicato un tempo, che era stato riconosciuto mio padre e che la tomba si trovava nel cimitero di Fortogna perchè era l'unico terreno non toccato dalla tragedia.


Mia madre Giuseppina non è mai stata trovata e come lei anche mia sorella: entrambe disperse.
Io mi sono salvato per un motivo molto semplice: quella notte ero fuori città per lavoro.


Sapere che quando i miei concittadini , i miei amici, la mia famiglia in particolare stavano morendo uno ad uno e essere consapevole che non potevo far niente per aiutarli mette tanta rabbia perchè avrei voluto essere utile a qualcuno. E se ce ne fosse stato bisogno sarei morto con loro.
Ripensando a questi momenti tragici affondo i primi passi verso il cimitero: noto subito una grande distesa di lapidi, tutte uguali, in quel posto non c'è nessuna distinzione tra ricco e povero.


Dopo un paio di metri decido di inoltrarmi lungo una corsia per osservare una ad una le lapidi, non conosco nessuno.
Entro in un'altra corsia e di nuovo si ripete la sensazione di prima.
Alla terza corsia però scorgo un nome, Manolo Preti, e alla vista di quella lapide, mi manca il respiro.


Pretino, così lo chiamavamo, era il mio migliore amico d'infanzia, e mi è dispiaciuto un sacco averlo “rivisto” dopo tanto, peccato in un cimitero.
Il più grande colpo al cuore l'ho avuto quando ho ritrovato il mio amato papà, Nunzio De Carli.


Mi sono scoraggiato perchè pensavo a quanto lui aveva fatto per mee io quanto poco per lui,ma dopo un pianto forte mi sono fatto coraggio, decidendo di vivere per lui e per la mia famiglia concludendo una vita sana ed equilibrata senza dimenticare ciò che ha passato il paese di Longarone, non solo quella notte.

Studente
Leonardo Saccon
31013 Codognè (TV)


Tra i cippi bianchi del cimitero di Fortogna

Passeggiando tra le tombe di Fortogna, mi tornano in mente i ricordi, accesi, di tutte quelle persone che quella notte sono morte, molte delle quali erano miei amici, conoscenti e famigliari. Sentimenti di tristezza, dolore e anche rabbia mi pervadono. Mi tornano alla mente i terribili ricordi di quella notte del 9 ottobre 1963.

Era una tiepida e tranquilla sera d’ottobre : una come tute le altre, una serena sera d’autunno di quelle che, portando verso l’inverno ti fanno ancora una volta assaporare il calore dell’estate ormai finita.

Sembrava, appunto, una serata normale, nessuno di noi di Longarone poteva immaginare che proprio quella notte potesse capitare una catastrofe simile, che propri quella stessa notte si sarebbe verificata la “fine del mondo” o meglio, la fine del nostro mondo.

Quella sera ero molto stanca, e perciò ero andata a letto prima del solito, verso le 20.30, ma non riuscivo ad addormentarmi. Ero tesa: aspettavo da quasi due mesi il ritorno di mio fratello dall’università di Udine, e il giorno dopo sarebbe arrivato. Non potevo più aspettare!

Quella sera mio padre era fuori al bar per vedere la partita di calcio con i suoi colleghi (perché a quel tempo, nel nostro paese, nessuno aveva la televisione a casa), e mia madre, come suo solito, era seduta in cucina a leggere un libro.

Mi stavo assopendo quando, ad un tratto, ho sentito un boato, simile ad un tuono (ma non poteva esserci un temporale, perché era sereno), seguito da una scossa di terremoto. Mia madre è venuta in camera mia e mi ha detto che era saltata la luce. Un minuto dopo si verificò l’incubo che mi ha stravolto la vita!

Ero seduta sul mio letto quando, ad un tratto, ho percepito l’acqua che mi afferrava e mi trascinava via in un vortice interminabile. Non riesco neppure a descrivere le sensazioni che ho provato in quel momento. Il buio, l’angoscia, l’acqua, il fango, le urla,… la fine. Non so per quale combinazione o per qual miracolo io mi son salvata. Dopo essere stata tutta la notte sotto il fango e le macerie, la mattina dopo gli Alpini mi hanno tirata fuori dalla coltre di fango e di detriti e mi hanno salvata.

Ed ora, eccomi qua a passeggiare su questo cimitero e a ricordare tutti i miei compaesani. Non smetterò mai di ringraziare il Signore per le grazie che mi ha concesso: per aver salvato anche mio fratello, ma anche perché ora ho la possibilità di ricordare quello che è successo e posso testimoniare questi fatti agli altri affinché ne traggano esempio e non ripetano gli stessi errori e soprattutto perché non venga mai dimenticata questa tragedia!

Io, solamente venti anni dopo, ho scoperto che quel disastro era annunciato, molti sapevano da tempo che tutto ciò sarebbe successo, e nessuno ha fatto niente per niente per evitarlo, per salvare duemila vittime innocenti, sacrificate alla logica del profitto.

Il Vajont non è stata una tragedia naturale, come per anni ci hanno fatto credere, ma è stato un disastro, causato dall’uomo, che si poteva evitare e doveva essere evitato!

Studente
Eleonora Amadio
31013 Codognè (TV)

 

 

 

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